Associazione Pro Faito Onlus

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Per tutti quelli che amano la Montagna sul mare

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Storia del Faito

Per gentile concessione dell’Autore pubblichiamo l’introduzione di Pierroberto Scaramella al suo volume ” La montagna sul mare – Scritti e immagini d’ascensione al Faito e alla catena dei Monti Lattari (1877-1983) ”  Paparo Edizioni, 2001.

Questo libro è a tutt’oggi il migliore testo disponibile su Monte Faito e sul modo con cui esso è stato sentito e vissuto nel corso dei secoli: a Pierroberto Scaramella, amante appassionato della nostra Montagna, va il ringraziamento della Pro Faito per averci dato la possibilità di offrirlo a tutti voi.

1.Un prologo settecentesco

«La scienza delle cose corporee s’aggira intorno a tre principali oggetti: corpi celesti, elementi, e corpi naturali. Di questi tre generi quanto nobili i primi, quanto pieni di ricerche i secondi, altrettanto curiosi ed interessanti gli ultimi. Se non può l’uomo sostenere la sua vita senza l’uso di questi, ei si vede in dura necessità di averli sempre all’uopo, epperciò a doverne sapere tutte le proprietà.

La scienza che insegna a conoscerli ne dimostra le qualità: Scienza naturale o Storia naturale propriamente si appella. Essa non si apprende colle sedentarie meditazioni, ma coll’ispezione oculare, richiama i genj ben formati a contemplare i suoi prodotti ne’ luoghi di loro abitazione, e tratti dalle di lei bellezze, lasciate le città, scorrono pianure, cavalcano monti, passano mari, e tornano nella patria ricchi di fatti belli, che non solamente recano allo spirito pabolo fecondissimo, ma utilità immediata all’uomo».

Con queste parole, nel 1779, Filippo Cavolini apriva il suo scritto dal titolo Saggio di Storia Naturale dell’estremo ramo degli Appennini che termina dirimpetto l’isola di Capri. Si tratta di una delle prime descrizioni dei Monti Lattari secondo il modello di indagine naturalistica inaugurata da Linneo e Buffon, che il nostro autore riprende e applica con convinzione. Conoscere non significa la “sedentaria meditazione” ma l’”ispezione oculare”: partendo da questo assunto il Cavolini percorse in lungo e in largo, negli anni Settanta del XVIII secolo, la penisola sorrentina, dalle montagne al mare, industriandosi tra gli anfratti calcarei dei picchi e le frastagliate coste rocciose.

«Un giogo di monti isolato dal resto degli Appennini è quello che, sorgendo sulle pianure di Cava, Nocera e su Vietri dalla parte del seno Pestano, dal Nord al Sud, inoltrandosi nel mare, va a finire rimpetto l’Isola di Capri. […] Il suo picco è il Faggeto» scrive ancora il Cavolini «così chiamato dalla quantità di faggi, quercie ed olmi che alimenta: celebre per gli erbaggi che forniscono copiosa pastura agli armenti, dantino squisitissimo latte».

Mentre i suoi contemporanei discettavano sui Lattari e la penisola sorrentina come un’ex isola poi collegata alla terra dalle eruzioni, e si impegnavano in disquisizioni filosofiche e storiche, tentando di individuare il sito tra quelli mitici dell’Odissea, il Cavolini catalogava specie botaniche per la penisola, si immergeva nel mare per descriverne i molluschi che l’abitavano, percorreva le cime dei monti per verificarne altezza, clima, geologia, flora e fauna. Ma anche le tipologie antropologiche non gli sfuggivano. Così, in una sorta di esame sociologico della regione, annotava altezza e conformazione fisica degli abitanti, densità di popolamento e malattie, natalità e longevità.

Nel racconto del Cavolini non c’è ancora nessun interesse né spazio per la dimensione psicologica del viaggio, e manca del tutto l’esame delle sensazioni e riflessioni personali. Qui è lo scienziato che, in una regione ben definita, ricerca e cataloga il particolare geologico o botanico, descrive la geografia come il singolo elemento colto nel suo ambiente naturale. Il monte che sovrasta la costa diventa un’espressione umana e naturale al tempo stesso:

«Questo monte varia nell’altezza: il giogo più alto è il Fageto, il quale con una cima bicipite s’erge assai in sopra, ove è situata la chiesetta di S. Michele Arcangelo, la quale ha le mura di fabbrica, il tetto di legno. Per determinare l’altezza della sua cima mi sono avvaluto del barometro. Il freddo è ivi considerabile, non arriva però a quel grado cui giungerebbe se fosse lontana dal lido marino. La parte del monte che guarda il nord, anche per essere dirupata ed alpestre è quella ove regna un freddo eccessivo, dinotando e le piante boreali cui vi allignano, e le sorgenti di acqua freddissima».

Le ricerche del Cavolini non rimasero senza seguito. Tra gli anni Dieci e Quaranta dell’Ottocento lavorò sul Faito uno dei maggiori botanici del Regno, Giovanni Gussone, discepolo di Michele Tenore, il fondatore quest’ultimo dell’Orto Botanico di Napoli e autore della monumentale opera Flora Napolitana.

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